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Un aquilone - poesia di Stefano Duranti Poccetti
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Poesie. Stefano Duranti Poccetti: La discoteca
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Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti - ultima parte
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Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti - parte dodicesima
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Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte undicesima)
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Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte decima)
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Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte nona)
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Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti - Parte ottava
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Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte settima)
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21.01.99 - IL SALUTO (ULTIMO) - di Anonimo Chianino
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Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte sesta)
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UN LIBRETTO TRA L'ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte quinta)
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UN LIBRETTO TRA L'ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte quarta)
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UN LIBRETTO TRA L'ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte terza)
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UN LIBRETTO TRA L’ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte seconda)
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UN LIBRETTO TRA L’ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte prima)
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I QUADRI D'ESPOSIZIONE - di Stefano Duranti - Nona e ultima parte
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I QUADRI D'ESPOSIZIONE - di Stefano Duranti - Parte ottava
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I quadri d'esposizione - di Stefano Duranti - Parte settima
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I QUADRI D'ESPOSIZIONE - di Stefano Duranti - Parte sesta
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Un aquilone - poesia di Stefano Duranti Poccetti

Un aquilone
una mongolfiera
qualcosa di luminoso nella notte
all’orizzonte

qualcosa che vola
sembrando stagno
qualcosa che vola
tutto dipinto
come una maschera africana

dall’azzurro intenso
dal blu buio tenebra stasera
stanotte o luna imprigionata
i tuoi colori sono blindati da
un’amara breccia di follia
in pochi ti vedono
la chiave dell’Olimpo è per pochi

Tanto luminosa nella notte
quanto negra nei cuori degli uomini

12/07/2009 09:29 commenti

Poesie. Stefano Duranti Poccetti: La discoteca

La discoteca - di Stefano Duranti Poccetti


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Senza vita†

05/07/2009 14:48 commenti (10)

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti - ultima parte

XXIII. EMPATIA VIRTUALE

L’empatia è un insieme  di atti, nei quali si coglie l'esperienza vissuta altrui.
Edith Stein
 
Definizione generale di empatia: “ mettersi nei panni dell’altro; vivere il vissuto dell’altro”. Sono sempre stato un appassionato della psicologia. Mi piace guardare gli uomini e studiarli.
Quest’oggi mi accaduto un fatto molto strano che mi ha fatto venire un’idea quasi irreale: “la tecnologia può essere viva!”. Ero su “Virtualfriends” e stavo comunicando con una ragazza che ho conosciuto in questo programma qualche giorno fa. Mi stava raccontando dei suoi problemi relazionali con i suoi genitori (delle volte s’instaurano questi strani rapporti di fiducia a prima vista) quando, all’improvviso, ho sentito proprio quella sensazione, proprio quel sintomo!: l’empatia. È vero che questa può essere confusa con facilità con una sorta d’identificazione con l’altro seguendo le proprie esperienze vissute non arrivando dunque al contatto empatico per definizione, ma in quel momento sono quasi certo di essermi messo nei suoi panni attraverso l’empatia!
02/05/2009 19:03 commenti

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti - parte dodicesima

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti - parte dodicesima

XX. ONIRICO, REALE, VIRTUALE


Bisogna diffidare dei tecnici; cominciano con la macchina da cucire e finiscono con la bomba atomica.
Marcel Pagnol, Critique des critiques

Andrea mi ha chiamato stamani per chiedermi d’iscrivermi al nuovo programma ci condivisione d’amici online chiamato “Virtualfriends”. Io non sono un ragazzo molto vicino alla tecnologia e alle nuove forme di comunicazione di massa informatiche, ma, questa volta, per curiosità, ho deciso che mi sarei iscritto per trovare in rete qualche amico, magari anche che non rivedessi da tempo. Ho scritto il mio ID e la password, riuscendo ad entrare nel programma senza difficoltà. Ho già trovato molti vecchi amici lì: Roberta Bossi, che faceva l’asilo assieme a me e che rivedo soltanto sporadicamente nella vita reale; Eleonora Benassi, con cui feci per un breve periodo un corso di scherma in una palestra di un paese qua accanto; Ugo Rispoli, che vedevo sempre quando i miei possedevano una casa a Ischia, dove andavamo tutti gli anni. Sì, perché anche lui andava a passare  le vacanze lì, quando eravamo piccoli, e stamani mi ha confidato per chat che lui in quelle spiagge ci va sempre e che si è chiesto per anni dove io fossi finito. Queste sono soltanto alcune delle vecchie conoscenze che ho ritrovato in rete, l’elenco  in realtà è molto più lungo.
26/04/2009 16:38 commenti

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte undicesima)

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte undicesima)
XVIII. I SEGNI DEL REALE


La realtà è il più abile dei nostri nemici. Lancia i suoi attacchi contro quel punto del nostro cuore dove non ce li aspettavamo, e dove non avevamo preparato difese. Marcel Proust, La prigioniera

Questa è la storia di un giovane artista considerato pazzo dai suoi “amici”.
Gianfranco se ne andava spesso nelle discariche per impossessarsi dei materiali a lui congeniali per dar vita ai suoi collage astratti. Utilizzava di tutto: dai vecchi pezzi delle auto demolite, alle parti dei forni o dei gabinetti abbandonati nell’immondizia; era per questo suo modo d’atteggiarsi considerato pazzo ,o comunque non troppo normale dai suoi “amici”.
Di solito usava come base per le sue opere tavole di compensato che poi dipingeva con pigmenti a tempera come più gli piaceva; finita questa prima parte di lavoro si dava alla seconda: incollare i pezzi sulla tavola. Lo faceva tramite la pistola termocollante. La sua arte era senz’altro originale, i suoi collage facevano ripensare a un misto fra l’arte futurista e quella di Picasso o di Braque.
I suoi “amici” lo vedevano inizialmente come un essere strano; lo cominciarono a considerare pazzo nel momento in cui Gianfranco ,davanti a loro, terminata una sua tavola, si allontanò da essa cominciandole a tirare furiosamente freccette da tiro; l’opera conclusa denotava, quindi, un collage astratto su cui erano attaccate freccette in modo sparso. Quest’azione aveva fatto sì, come già detto, che gli “amici” lo considerassero pazzo.

18/04/2009 20:12 commenti

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte decima)

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte decima)

XVII. SCHOPENHAUER; GIORNATA DEPRESSIVA


[…] In tutto ciò che facciamo, o non facciamo, prendiamo in considerazione l’opinione altrui quasi prima di ogni altra cosa; e con un’attenta analisi vediamo che da tale preoccupazione nascono quasi la metà di tutte le nostre afflizioni e di tutte le ansie da noi provate. - Arthur Schopenhauer, L’arte d’ insultare

Quando mai lo capirete, sporchi bipedi, come mi chiamo, quello che penso e quale sia la mia essenza?. Ho aspettato a lungo fiducioso, ma le mie speranze sono state vane; voi siete soltanto stupidi bipedi schopenhariani che non comprendono né gli altri, né tanto meno sé stessi … eppure voi siete molto presi da voi stessi anche senza capirvi, che mistero!, quello che non ha niente dell’arcano è che non potete essere presi dagli altri, non potete essere presi da generosità o carità, perché voi siete bipedi e sempre lo rimarrete.
No, non affatto! Noi non possiamo comprenderci, non abbiamo di questi talenti, abbiamo solo un corpo senza la mente, una volontà che si scatena senza riflettere; siamo porcospini che non possono attaccarsi gli uni agli altri senza di essere punti.
Saremo condannati per sempre alla maschera! Chi ci conoscerà mai veramente?! Siamo tutti così egocentrici da non trovare spazio per l’altro se non per egoismo … siamo maschere! Maschere! Maschere! Di quelle maschere neutre e bianche prive di un cuore, prive d’un anima!.
11/04/2009 18:40 commenti

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte nona)

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte nona)

XV. RAFFAELLO


Ben poteva la pittura, quando questo nobile artefice morì, morire anche ella che quando egli gli occhi chiuse, ella quasi cieca rimase. […] E certo fra le sue doti singolari ne scorgo una di tal valore che in me stesso stupisco: che il cielo gli diede forza di poter mostrare ne l’arte nostra uno effetto sì contrario alle complessioni di noi pittori; questo è che naturalmente gli artefici nostri, non dico solo i bassi, ma quelli che hanno umore di esser grandi (come di questo umore l’arte ne produce infiniti), lavorando ne le opere in compagnia di Raffaello stavano uniti e di concordia tale che tutti i mali umori nel veder lui si amorzavano et ogni vile e basso pensiero cadeva loro di mente. La quale unione mai fu più in altro tempo che nel suo. E questo avveniva perché restavano vinti dalla cortesia e dall’arte sua, ma più dal genio della sua buona natura. La quale era così piena di gentilezza e sì colma di carità, che egli si vedeva che fino agli animali l’onoravano, non che gli uomini - Giorgio Vasari, Le vite  

Ho appena visto in centro un’esposizione temporanea delle opere pittoriche di Raffaello. È un avvenimento straordinario che in una cittadina come questa si possano ammirare i quadri di questo grande maestro rinascimentale. Alla biglietteria vi era una fila tremenda, tutti gli abitanti di queste zone vogliono assistere a questo importante evento che troverà il suo termine solo dopodomani.
Ho ammirato con enorme interesse tutti i capolavori del Santi e mi sono rammaricato pensando che sia impossibile esporre in qualunque museo le stanze del Vaticano.
Un’opera mi ha colpito particolarmente: la trasfigurazione. Ancora la porto dentro la mia mente e dentro il mio cuore.
Che quadro meraviglioso! Gesù appare dall’alto splendente d’una luce turchina e divina; nel piano inferiore le persone si scalmanano, si girano, si rigirano, si contorcono: guardano Dio con stupore.
05/04/2009 15:43 commenti

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti - Parte ottava

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti - Parte ottava
XIV. VISIONE
 
Wilhelm non riusciva a ricambiare con nulla, stava nel mezzo come stordito, e senza badare alla loro presenza cadde in una silenziosa meditazione. I pensieri vagavano di qua e di là e, all’improvviso, il bosco riempì di nuovo la sua immaginazione. Su di un cavallo bianco usciva dai cespugli la gentile amazzone, gli si avvicinava, scendeva, andava su e giù, adoperandosi con grande umanità; si fermava, la veste le cadeva dalle spalle a ricoprire il ferito; il suo volto, la sua figura di nuovo splendevano, e poi svanivano. - J. Wolfgang von Goethe, La missione teatrale di Wilhelm Meister
 
L’avvenimento avvenutomi stasera mi ha fatto tornare alla memoria una vicenda, in qualche maniera simile, che mi accadde nella gita scolastica del terzo anno di scuola superiore.
Quell’anno ci trovavamo, io ed i miei compagni di classe, nella capitale dell’Ungheria Budapest. Per la precisione il nostro albergo si trovava a Buda.
Mantengo il ricordo di una patria stupenda. Il ponte delle catene si distende con tutta la sua elegante solennità sollevato al di sopra di quel famoso Danubio blu straussiano; il parlamento e l’antico castello si guardano come se si trovassero a pochi passi l’uno dall’altro, quando invece sono i chilometri che li separano. L’atmosfera è romantica e tipica delle città del nord e dell’est: gli edifici imponenti e ottocenteschi si elevano bagnati sempre da quella frescura sentimentale, anche in estate; le strade sono popolate da artisti che ti rubano dalle strade per farti un ritratto e da musicisti che intonano brani folcloristici e popolari; sono numerose le bancarelle di prodotti tradizionali che offrono al turista un prossimo avvicinamento alla cultura magiara e tzigana.
28/03/2009 16:25 commenti

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte settima)

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte settima)  (leggi la sesta parte)
XII. IL SIMPOSIO
 
Ogni uomo ha l’obbligo di onorare Eros: io stesso onoro e coltivo in modo speciale le cose dell’amore, e vi esorto a fare lo stesso; ora e sempre, per quanto è in me, loderò la potenza e il coraggio di Eros. - Platone, Simposio (parole pronunciate da Socrate)
 
Mi scusino i lettori, se con queste filosofiche dissertazioni mi sono tuffato nella noia. Non attenderò oltre e passando alle vicende del nostro eroe omerico, mi dileguerò fino a quando il destino non mi risucchierà a mo’ di uragano all’interno del romanzo.
Flaminio si sta vestendo per partecipare ad una delle sporadiche cene di classe che i vecchi compagni riescono ad organizzare. Lasciamogli ora la parola e il pensiero …
La rivedrò finalmente, la rivedrò dopo mesi. Almeno spero che la rivedrò! Di solito partecipa a queste cene; io non l’ ho sentita e non ho chiesto ad alcuno se verrà o meno (sono stato sempre restio a far notare agli altri l’affetto intimo che le provo).
Mi sento felice, anche se non posso nascondere il mio nervosismo; riuscirò a parlarle? A discorrere con lei?. Perché è questa una cosa molto strana: riesco a parlare senza nessuna difficoltà con tutte le ragazze, tranne che con lei. Con Elena infatti sussiste una sensazione assai differente: lei mi spaventa, m’incute timore; lei è un fantasma d’oro; è una melodia variopinta che s’alza, s’abbassa, che passa da un PPP a un FFF, da un do maggiore a un si minore. È l’amore che mi riduce così: a trovare una timidità tipica di un ragazzino alle sue prime esperienze amorose; a ridurmi a uno schiavo del mio cuore, il peggiore dei padroni.
Ma dì, specchio, come mi sta questa maglietta? Come mi stanno questi calzoni? E come mi stanno questi capelli: lavati, tagliati e pettinati qualche ora fa dal parrucchiere di piazza?
15/03/2009 18:48 commenti

21.01.99 - IL SALUTO (ULTIMO) - di Anonimo Chianino

Dopo l'Anonimo Cortonese, la sua omonima in versione femminile e altri ancora è per noi un onore ospitare una poesia inviataci da un affezionato lettore che sceglie di firmarsi "Anonimo chianino". Pubblicheremo altro materiale, visto che ci pare ottimo, nelle prossime settimane. Nel frattempo per ragioni di spazio posticipiamo di sette giorni la pubblicazione della settima parte del romanzo di Stefano Duranti Poccetti, scusandoci ovviamente con l'autore.

21.01.99 - IL SALUTO (ULTIMO) - di Anonimo Chianino


Come persona civile ed educata
vi ringrazio per essere venuti,
per l'ultimo saluto....
Per ascoltare le frasi vuote
di preti senza fantasia,
che ripetono frasi senza sentimento
come in una commedia.
Ma come uomo vi prego,
risparmiatemi il vostro falso dolore
ed il vostro falso dispiacere

Non abbiate paura io non vi accuso,
di essere ipocriti e meschini
solo sacchi vuoti di pelle,
sangue, nervi, ossa ed intestini.
Non fingete sentimenti che non capite
abbassate gli occhi, abbassatevi!
Non entrate nelle altre vite.
Fate sempre ciò che volete, ma....
vi prego non fingete.
Il giudizio degli altri non temete!
Ma solo il vostro e per sempre.

Lasciatemi solo con il mio dolore
e non cercate di consolarmi,
perchè è stupido e perchè non voglio.
E non è un saluto e non è l'ultimo...
perchè sarà nei nostri occhi,
nelle nostre mani, in fondo al cuore
e in ogni respiro.
Ma se a voi fa piacere, allora....ADDIO
08/03/2009 14:30 commenti (3)

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte sesta)

Un libretto tra l'onirico e il reale - di Stefano Duranti Poccetti (parte sesta)
XI. MONOLOGO DEL PERSONAGGIO - NARRATORE


Se i contemporanei stanno ad ascoltare qualcuno o addirittura ne leggono i libri, si può assumere per certo che non si tratta di un gigante intellettuale: egli può, nel caso più propizio, lusingarsi di aver da dire qualcosa di “attuale”. Il migliore effetto che può aspettarsi, se le sue vedute sono un poco più in là del naso degli ascoltatori, è il seguente: “accidenti, è vero, ci sarei potuto arrivare pure io - Konrad Lorenz, Il cosiddetto male Mi vengono spesso e volentieri in testa delle idee molto strane. Se io morissi, mi chiedo, come si comporterebbero i miei personaggi? Morirebbero anche loro? Si perderebbero in un ozioso, frenetico, devastante cancan caotico di oppio e di sesso? Esulterebbero la fine di quel giogo a loro tanto esecrabile: l’intreccio romanzesco? Chissà cosa combinerebbe Flaminio senza suo Padre? E Marinella? E Elena? E tutti gli altri? E quali decisioni avrebbero preso Goriot senza Balzac e Jean Valjean senza Hugo? – potrebbe anche starci che l’infelicità di quest’ultimo fosse causata soltanto dalla morbosa infelicità del suo autore-. La cosa certa è che non è mai successo, nell’arco di anni di cultura e di arte, che un romanziere sia “morto sulla scena”, così, all’improvviso; se è successo, è successo sulla terra e dei personaggi di questi poveri artisti, rimasti incompiuti, non son permaste neanche le ombre, ma anzi! Sono fuggiti senza lasciar le tracce. Farebbero ugualmente i miei personaggi nel caso m’invocassero un monumentale requiem?! Credo che la “morte del narratore sulla scena” sarebbe la fine più completa e più perfetta per un romanzo. Che senso ha, infatti, concludere un’opera, ad esempio, con un amore finalmente corrisposto, se sappiamo benissimo che la passione, e questi sono dati scientifici, non dura di solito più di otto mesi, e che l’uomo, d’altronde, nella maggior parte dei casi arriva sempre, prima o dopo, a pensare esclusivamente a sé stesso e che dunque quell’amore ha buone probabilità di disgregarsi dietro le quinte senza che il lettore lo possa sapere?!. Oppure, qual è il senso di una finale e trionfale morte del protagonista, quando esistono ancora tutti gli altri personaggi che potrebbero risultare trionfali quanto lui?!. Sono essi solo pochi e banali esempi che porto per arrivare a sostenere che la “vera fine” di un romanzo può essere sancita solamente dalla “morte del narratore sulla scena” poiché, così succedendo, non esisterebbe più un padrone che imprigioni e uno schiavo che si adatti; esisterebbe soltanto un senso d’impossibilità nel sapere che cosa ne accadrà dei personaggi. Ma è proprio questo l’unico vero finale che presiede l’esistenza: quello della non conoscenza, quello dell’ambiguità, quello che smaschera la natura intima e arcana dell’uomo e della vita. Solo questa insomma può essere una vera the end, poiché è il non comprensibile la fine dell’esistenza. Ma che nessuno si preoccupi, non voglio spaventare alcuno. Per questo primo romanzo farò uso, perlopiù, di quegli schemi oramai antichi che vogliono un finale tradizionale. Nel prossimo, se ve ne sarà un prossimo, vedremo come volgeranno lo spirito e il destino, e nel prossimo ancora, se ve ne sarà un prossimo ancora, beh … forse a quel punto non sarò morto soltanto sul palco dell’arte.   (continua fra sette giorni....)
28/02/2009 16:19 commenti

UN LIBRETTO TRA L'ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte quinta)

UN LIBRETTO TRA L'ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte quinta)
IX. SUBLIMAZIONE
 
Come ciascuno sa, la meditazione e l’acqua sono per sempre congiunte […]. Perché gli antichi Persiani consideravano sacro il mare? Perché i Greci gli assegnarono un dio a sé, e fratello di Giove? Certo tutto questo non è privo di significato. E ancora più profondo è il senso della favola di Narciso, che non potendo afferrare la tormentosa, dolce immagine che scorgeva nella fonte vi si immerse e vi annegò. Ma quella stessa immagine, anche noi la vediamo in tutti i fiumi e in tutti gli oceani. È l’immagine dell’inafferrabile fantasma della vita, e questa è la chiave di tutto.  -  Herman Melville, Moby Dick 
 
Ci sono dei momenti estremamente poetici nella vita di un uomo; momenti che possono scaturire da sensazioni interiori e invisibili, quindi irriconoscibili. Ma delle volte capita che questi lampi metafisici siano causati da elementi esterni e materiali. Anche la materia può infatti divenire astratta, e soprattutto se si tratta di quella materia che si trova, in questo momento, davanti allo sguardo del nostro eroe; questa immagine è il mare.
Guardo il mare e mi sento bene. Quando vengo qua, in questa spiaggia, e mi siedo su una di queste spartane panchine, il mio cuore si scalda del calore di questo pulviscolo che mi sta sotto i piedi e s’invigorisce della purezza cristallina del manto marino.
Passeggiano i flutti, inesorabili; sono infiniti come gli attimi che perdiamo ogni giorno, che lasciamo passare senza scorgere; il loro significato è così profondo e tenebroso, quanto è vera la loro implacabile beltà.
Tutto scorre. A vedere un tale spettacolo mi viene in mente Wagner con la sua melodia fiume; ricordo il Tristano e poi il Tannhäuser e molto altro. Ammirando una barca, laggiù, mi vedo davanti una bella tela di Friedrich i cui immensi paesaggi naturali divorano quella piccolissima macchietta che è l’uomo. Sei immortale Natura; gli uomini ti lanciano contro giavellotti e lance ma mai potranno distruggerti, mai la mortalità ucciderà l’immortalità.
Non noto i confini del mare, sono immensamente lontani per umani strumenti, eppur della vita, ancor giovane, scorgo tutti quei pilastri che la sorreggono e che la circondano a mo’ di leoni stilofori. È veramente una bella danza quella di questo specchio d’acciaio che con l’aiuto del cielo sereno dà luogo a una splendida dissolvenza del ceruleo nel blu.
È incredibile: nell’agitazione questa visione mi tranquillizza; nella rabbia mi calma. Perché sono agitato? perché sono arrabbiato?. Ieri sera ho lasciato Manuela: non poteva andare avanti; non poteva perché io non l’amo e perché lei si sarebbe innamorata, anche se purtroppo ho paura che già lo fosse. È questo che mi addolora, l’aver approfittato di un povero cuore innamorato, quando io conosco il significato dell’amore. E se per lei io fossi la mia Elena! Come sarà rimasta!? Si ucciderà forse in questa notte!? Su Flaminio, non esagerare; comunque ci sto male poiché ho approfittato del suo corpo anche sapendo di non desiderare il suo cuore: che assassino che sono. Colpa mia o dell’indole umana? Del destino o della volontà? Come posso rispondere! … so soltanto che sono un cretino.
Ma oramai è fatta, il felice-danno è stato compiuto con tutta la sua amarezza, Manuela voleva trattenere le lacrime senza poterle fermare, abbracciarla a nulla è valso; però non ha chiesto molte spiegazioni, come se avesse capito, come se avesse captato, compreso il mio malessere di volere ardentemente riuscire ad amare, ma di non riuscirci. Indubbiamente una brava ragazza: Manuela. E ora un po’ rimpiango quello che ho fatto, anche se giusto; le cose che ho detto, anche se necessarie. Vorrei averla almeno come amica, non sarà cosa facile e forse impossibile. Lei mi amava. Lei mi ama.
E davanti a questa creazione sublime m’immergo in pensieri anche felici. Riesco a pensare a Elena senza riflettere in negativo. Fantastico su di un nostro utopico incontro amoroso: immagino abbracci e poi baci e poi effusioni sulla sabbia umida della spiaggia. Chissà se lei ha mai fatto speculazioni simili su di me? No … questo è impossibile e lo sarà sempre.
È una fortuna che Dio abbia inventato l’immaginazione … ci salva dall’asprezza della realtà quotidiana, dagli ostacoli che abbiamo timore d’incontrare. Soltanto così mi è dato d’amare il mio amore: il reale non me ne dà l’opportunità. Vivo nell’utopia di questo mare; nell’amore immaginario di una donna che non mi amerà mai. 
Almeno tu, selvaggio, sei sempre qui con me; con tutta la tua esperienza e con tutta la tua storia di popoli che ti hanno solcato e navigato; grazie Mare, sei un magnifico confidente.
 
 
X. È PIÙ VERO L’ASTRATTO DEL CONCRETO
 
Un bel viso è il più bello di tutti gli spettacoli - Jean de La Bruyère, I caratteri
 
Fuori piove. Sto tornando in treno dall’università. Fortunatamente il viaggio non è lungo, durerà al massimo mezz’ora. Odo trasparentemente una canzone dei REM che proviene da un lettore Cd di una ragazza che mi siede dinanzi.
È appena giunto il controllore che appena si è accertato della validità del mio abbonamento se n’è andato con il suo elegante abito verde. Non sapendo cosa fare sto leggendo un libro universitario per rendermi conto di come sia strutturato, ma la cosa comincia ad annoiarmi. Ci sono dei ragazzi italiani dietro di me che fanno un fracasso infernale e la lettura si fa ancora più ardua: chiudo lo scritto e abbasso la testa, anzi no, mi guardo un po’intorno.
La ragazza che mi siede di fronte è davvero carina e mi piace guardarla, se non fosse per il fatto che quando se ne accorge mi guarda a sua volta mettendomi in imbarazzo, anche perché non capisco per quale motivo mi fissi: gli piaccio o si sente disturbata?! Per evitare questi pensieri cerco di scorgerla il meno possibile, anche se spesso il mio viso ricade sul suo. C’è invece un’altra giovane donna che, assisa in un angolo a poche file distanti da me, sembra fissarmi con interesse; io ricambio e lei abbassa lo sguardo: è probabile che pensi quello che io pensavo poc’anzi.
È come se gli sguardi avessero un qualcosa di materiale; scambiandoci sguardi ci scambiamo certe cose che vanno al di là dell’astrazione. È come se ci pungessimo con dardi e ci svegliassimo di soprassalto. Una persona che fissiamo, pur essendo girata, percepisce subito “l’intruso” e si gira verso di noi con espressioni alterne. Tutto questo non può forse significare che le nostre ondate di sguardi non sono altro che plotoni militari pronti ad assaltare materialmente?!.
Alcune volte si possono creare delle conversazioni stupende soltanto guardandoci. Certo … ci vuole una partner specifica e sensibile per questo genere d’incontri.
Tramite incroci di volti con persone che neanche conosciamo possiamo arrivare a parlare di odio, di vendette, di amicizie, di affetti. Ma la cosa formidabilmente più straordinaria è riuscire ad amare; grazie agli sguardi possiamo infatti guardarci e piacerci, guardarsi e sapere che ci piacciamo, continuare a guardarci e fare l’amore solo vedendoci, senza conoscerci, ma arrivando alla più profonda conoscenza; e poi purtroppo tutto finisce, ma senza rancori perché abbiamo parlato meglio di molti altri che non riescono ad ascoltarsi, e ci siamo spogliati sotto le coperte molto meglio di altri che non sono mai andati oltre il vano gioco.
Ma ecco che arriva il solito tormento … speravo che almeno oggi mi avrebbe lasciato in pace e invece eccola che giunge a mo’ di marcia quella gravosa idea fissa, quell’ostinato leitmotiv.Possibile che Elena non mi lasci mai? Neanche quando ho l’opportunità d’instaurare un fruttuoso dialogo, tanto platonico quanto carnale, con altre ragazze!? È possibile questo?! Che …
Il treno si ferma alla stazione in cui Flaminio deve scendere. Ora lasciamo il nostro eroe con la sua solita idea fissa, anche perché a sentire sempre le sue lagne si corre il rischio che qualcuno chiuda in libro molto più velocemente di quanto non l’abbia aperto.  (...continua fra sette giorni)
21/02/2009 17:51 commenti

UN LIBRETTO TRA L'ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte quarta)

UN LIBRETTO TRA L'ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte quarta)
VII. FAVOLA. I SEGNI DELL’INFANZIA
 
Dove sono i bambini c’è un’età dell’oro - Novalis, Frammenti antropologici
 
C’erano una volta tre potenti uomini che vivevano in un mondo così lontano dal nostro che non ci addentreremo nelle descrizioni. Il primo di questi uomini si chiamava il Conte della montagna poiché la sua grande e sfarzosa reggia era posta sopra un monte di quell’indescrivibile territorio. Il secondo uomo era il Barone dell’oceano ed era così nominato perché il suo gigante palazzo si affacciava sul mare. Il terzo, infine, si chiamava il Visconte del cielo poiché la sua reggia si trovava in mezzo alla volta celeste. L’abbiamo detto, questo era un mondo lontano e fantasioso in cui certe cose che accadevano ci possono ora sembrare strane. Ma non ci fare caso piccolo lettore, tu leggi, o fatti leggere, e cerca di capire con l’immaginazione.
Questi tre uomini erano tutti molto ricchi, ma anche molto pigri. Nessuno di loro sapeva vivere da solo; tutti avevano bisogno di qualcuno che svolgesse il loro lavoro che non avevano la voglia di compiere da soli. Era per questo motivo che tutti e tre avevano al loro servizio un servitore pronto a svolgere ogni compito da essi richiesto. Guarda caso, il servitore del Conte della montagna era lo stesso di quello del Barone dell’oceano e anche lo stesso di quello del Visconte del cielo: tutti avevano ai loro servigi lo stesso servo che si chiamava Abelardo.
Quest’ultimo aveva una grande capacità di adattarsi a ogni tipo di cosa richiesta. Era un giovane uomo acuto e intelligente che procedeva nel suo lavoro con ottimi risultati. Ma Abelardo aveva un problema: visto che si trovava sotto gli ordini di tre potenti uomini era preso in giro da questi e da tutto il villaggio perché, anche se il suo mestiere era importante, era comunque soggetto agli ordini altrui e quindi considerato come un povero e un debole e anche come una specie di giullare di corte. All’inizio Abelardo era poco infastidito da questa cosa, ma, andando avanti, sentiva sempre un maggiore bisogno di evadere da quella situazione.
Abelardo veniva obbligato a fare vari compiti. Egli doveva, per esempio, pulire le stanze dei tre uomini potenti, ma anche aiutare questi nella scelta del vestito più adatto per questa o quella serata; Abelardo doveva lucidare le scarpe dei padroni, ma anche incontrare importanti personalità politiche e culturali (perché i tre principi non ne avevano voglia); Abelardo doveva viaggiare, a piedi o a cavallo, da nord a sud e da est a ovest per fare consegne di lettere o di altre cose, ma anche intrattenere gli ospiti con giochi circensi; Abelardo doveva cucinare per gli amici dei signori, ma anche fare da guardia notturna alle case dei capi. Insomma, non posso dire tutto quello che egli faceva, perché egli faceva tutto, doveva fare tutto e aveva imparato a fare tutto. Erano molti i giorni comunque in cui egli si sentiva triste e sofferente di quella situazione. Era stanco di essere il servo di tutti, ma aveva paura di ritirarsi dal suo incarico. Questi sentimenti diventavano sempre più forti in lui e non sapeva come fare.
Una notte gli successe una cosa molto strana: non riusciva a prendere sonno e così si alzò dal letto e fu preso dai soliti pensieri che lo facevano soffrire. Ad un tratto, mentre stava guardando la luna, gli sembrò che ella gli stesse parlando, dicendo queste parole: “Abelardo tu vali molto di più dei tuoi capi. Lasciali e fatti una tua vita.” Abelardo le domandò: “Come posso fare?”, ma ella non rispondeva più e ad Abelardo gli prese la paura che quella visione fosse dovuta alla sua stanchezza. Così tornò a letto e stavolta dormì, ma da quando si risvegliò, la mattina dopo, qualcosa era cambiato in lui.
Da quel giorno cominciò a essere sempre più scontroso contro i suoi i capi e nonostante questi lo punissero in vari modi lui non aveva l’intenzione di continuare a essere come il vecchio Abelardo. Ora Abelardo lavava i piatti sempre di meno, spazzava sempre di meno, incontrava sempre di meno le autorità, non viaggiava più molto per portare lettere, si stufava facilmente di lavorare, disubbidiva sempre di più. I padroni cominciarono a trovarsi in difficoltà e cercarono delle soluzioni che potevano risolvere il problema. Ma essi, pur sforzandosi, non ci riuscivano perché erano stati sempre pigri e abituati a dormire sulla poltrona. Non potendo assumere un altro servitore, poiché nessuno riusciva a lavorare come Abelardo, cercarono loro stessi di diventare servitori di sé stessi. Ma da quel momento commisero un sacco di pasticci. Essi infatti non sapevano né cucinare, né pulire, né amministrare il proprio patrimonio (perché anche questo era un compito di Abelardo). I padroni non sapevano svolgere nessun compito.
Abelardo ormai aveva smesso completamente di lavorare per quei signori e ora i loro palazzi erano sporchi e puzzolenti e i padroni erano diventati poveri perché non conoscevano il valore del denaro. Abelardo era un po’ triste per quei pigri gradassi, ma pensava che un po’ se lo meritavano. Avevano vissuto gran parte della loro vita senza lavoro e fatica e per questo egli aveva anche della pena per loro che non avevano mai vissuto veramente, ma solo pensato di vivere.
Era scesa la notte, la luna era piena, Abelardo la ringraziò per i suoi consigli e quella palla brillante sembrò sorridergli. Egli già sapeva di poter diventare un importante uomo del paese. Egli infatti sapeva fare tutto e sapeva di tutto. Era stato un giardiniere come un uomo delle pulizie; era stato un cuoco come un guardiano notturno; aveva conosciuto i più importanti maghi e filosofi dell’universo e i più importanti poeti e politici. Abelardo doveva solo decidere per quale strada andare e quella sarebbe stata di certo la sua. Allora prese il suo fagotto dove teneva tutto quello che possedeva e s’incamminò verso una meta ancora da decidere, felice e pieno di speranza. E fece bene perché egli divenne uno degli uomini più importanti del mondo e visse felice e contento per tutta la vita.
 
VIII. CORPUS ET ANIMA
 
Dell’ erotismo si può dire che è l’approvazione della vita fin dentro la morte - Georges Bataille, L’erotismo
 
Ho appena visto, per l’ennesima volta, lo straordinario film Vanilla sky. A mio parere è uno dei movies più belli che siano mai stati girati, e pensare che il Morandini gli ha attribuito solo due punti senza neanche degnarlo di una trama, (forse non l’ ha mai visto). È un’ opera oggettivamente sofisticata e complicata da capire ed è proprio per questo, credo, che non abbia avuto un grande successo, sia di pubblico che di critica. Gli attori e le attrici hanno realizzato splendide interpretazioni – i ruoli di Tom Cruise, Penelope Cruz e Cameron Diaz, sono veramente ricoperti magnificamente.
Quello che mi è piaciuto molto di questo film, e che mi piace tutt’ora, è la sua completezza. La sfera onirica e quella reale si scontrano e si affratellano con grande intensità; la fotografia è studiata nel minimo dettaglio; le citazioni storiche, per esempio quella di Monet - che si nota già nel titolo- rievocano ere che ancora non sono terminate. Troviamo di tutto in questo capolavoro: i valori dell’amore, dell’amicizia, e i loro contrari, vale a dire, l’odio e l’ipocrisia; troviamo l’importanza di una maschera che ci aiuti a vivere nella società, e ci troviamo di fronte alle difficoltà di sopravvivere privi di una degna apparenza. Insomma è una vera e propria genesi, uno spaccato dell’esistenza, che viviamo, e che ci gira intorno. 
A parte queste considerazioni. Ieri ho passato una piacevole serata insieme a Manuela, una ragazza a me coetanea con cui sono uscito in tutto quattro volte. È una ragazza molto gradevole, sia d’aspetto che di modi. Cerco di uscire con lei per dimenticare quella tormentosa idea fissa che non se ne vuole andar via e che sembra come incastrata dentro il mio cuore. Neanche Manuela comunque, almeno fino ad oggi, è riuscita a farmi dimenticare, e quel che è peggio è che si è resa conto che metà dei miei pensieri sono rivolti a qualcos’altro. Nel giro di questi pochi giorni che siamo stati insieme, infatti, mi ha fatto numerose domande come: “a volte ti perdi … cos’ hai?”; “non avrai mica un’altra!”; “Perché fai quella faccia? Non stai bene con me?”. Questa serie di quesiti mi dispiace poiché mi costringono a rispondere cose false: “No, no … sto benissimo con te”; “sono soltanto un po’ stanco”. In realtà niente di tutto ciò è vero. La verità è che io possiedo un’altra donna, non fisicamente, ma la possiedo. È sempre lì che gira come un fantasma, quel leitmotiv che vaga all’interno del mio animo tormentato.
Ieri io e Manuela abbiamo fatto all’amore per la prima volta, beh … forse dovrei dire che abbiamo fatto del sesso, del buon sesso devo dire, ma non amore, Amore potrebbe essere soltanto con un’altra.
Ci siamo visti verso le 22.00 nella piazza centrale. Lei era veramente incantevole, sensuale: vestiva una bella gonna piuttosto corta nonché attillata e una maglietta che gli metteva in risalto le forme interessanti; non era poi molto imbellettata, ma quel poco di trucco gli metteva bene in risalto il viso con i suoi bei capelli lunghi castani.
Abbiamo fatto una passeggiata lungo il corso per poi dirigersi, come succede assai spesso, dentro un pub in cui abbiamo bevuto qualcosa. Poi la domanda timida-imprevista che, da una parte, speravo: “Flaminio … vuoi venire a casa mia?”. Entrambi sapevamo che in questi giorni i genitori di Manuela sono fuori per una vacanza in montagna. “va bene” ho risposto. Avevo capito dove voleva arrivare e questo mi ha fatto piacere, anche se un po’ mi ha intimorito, non l’avrei fatto innamorato di lei, ma del suo corpo; Manuela, invece, mi guarda con quell’aria da ragazza quasi innamorata, e questo pensiero, a postumi, mi trita l’animo. Perché l’ ho fatto se sapevo di sbagliare?! L’uomo, delle volte, non può dir di no a quella volontà irrefrenabile, a quella libido così potente. E poi, come potrei innamorarmi di una ragazza se non entro con lei in intimità …ma come?! Io non amo forse Elena senza essere mai stati intimi! Chissà … magari queste sono solo scuse che mi creo per salvare i miei valori.
Tutto è andato come mi aspettavo: letto, due match di sesso, una sigaretta, qualche carezza e poi: tutti a casa. Tutto come pensavo: entusiasmante, ma senza amore; affamato del corpo, ma non dell’ anima. E poi, lo devo proprio dire: che in certi attimi non era Manuela colei che mi stava dinanzi o, se devo essere preciso, sotto e sopra; il mio pensiero se ne andava altrove. Vedevo lei, immaginavo lei, e oramai tutti sanno di chi parlo: parlo di Elena, e non di quella di Troia.   (....continua fra sette giorni)
14/02/2009 14:32 commenti (1)

UN LIBRETTO TRA L'ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte terza)

UN LIBRETTO TRA L'ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte terza) (leggi la seconda parte)
V. LISZT
 
Il mio pianoforte è per me ciò che per il marinaio è il suo battello, ciò che per l’arabo è il suo corsiero; e più ancora forse, poiché il mio pianoforte, fino ad ora, è stato me stesso, la mia parola, la mia vita; è stato l’intimo depositario di tutto ciò che si è agitato nella mia anima fin dai tempi più ardenti della giovinezza; in esso sono conservati tutti i miei desideri, tutti i miei sogni, tutte le mie gioie e tutti i miei dolori. Le sue corde hanno fremuto sotto la spinta di tutte le mie passioni, i suoi dolci tasti hanno obbedito a tutti i miei capricci.  -  Ferenc Liszt, Gazzette Musicale, 11 febbraio 1838
 
Ascolto moltissimo la musica colta e questo accade da molti anni, ora l’ascolto con semplicità, come molti ascoltano le note di una musica pop; la musica d’ arte possiede delle straordinarie qualità artistiche che la portano su di un alto piedistallo di cristallo e alla totale immortalità storica. La musica chiamata comunemente ed erroneamente classica, infatti, sembra incessantemente correre verso quella strada nascosta ai più che porta verso la ricerca del sublime; inoltre essa si trasporta dietro tante di quelle emozioni che sarebbe impossibile darne un valore numerico. In più, e questa è una cosa apparentemente strana, questa tipologia di musica sembra insegnarci morale e valori da perseguire. Come possono, mi chiedo, delle note prive di parole ad esprimere tanto?! Non lo so, ma lo fanno.
Il compositore a cui mi sento più affezionato è Ferenc Liszt. La magia delle sue opere pianistiche scatena in me sentimenti nascosti anche per la mia stessa anima, sentimenti quasi divini.
La musica di questo grande compositore ungherese è la sola che io non riesca a razionalizzare: si possono schematizzare, infatti, composizioni di Mozart, di Beethoven, di Schubert, eccetera, ma non quelle di Ferenc Liszt (o almeno per me è così); è come se questo genio sia riuscito nel suo intento: quello di arrivare alla trascendenza.
È un genio molto discusso dalla critica e purtroppo anche, per certi versi, mal considerato. I musicologi gli sono debitori per l’invenzione del poema sinfonico, ma gli sono anche aggressori ritenendo che molta della sua musica sia brutta e cacofonica. Non sono per nulla d’accordo con queste considerazioni, che mi sembrano prive di senso; lo stile musicale di Liszt non è cacofonico, ma di carattere dissonante, e si deve proprio a questo grandissimo artista se la storia della musica ha fatto passi da gigante.
Avrei voluto imparare a suonare il pianoforte soltanto per imparare i suoi brani, ma purtroppo non sono mai riuscito in questo intento. A casa dei miei nonni vi è un vecchio piano tedesco, ma la mia impazienza nel voler suonare avanti tempo pezzi troppo complicati - quali sono quelli di Liszt -, ha fatto sì che non imparassi correttamente neanche la scala di DO maggiore. Ho comperato addirittura degli spartiti di questo autore: la campanella e gli studi trascendentali, libri che saranno costretti a rimanere solo dei soprammobili.
La vicenda mia e di Liszt s’intreccia vivamente con quella della mia amata Elena. Un pomeriggio, all’epoca in cui frequentavo ancora la scuola superiore, mi sedetti sul divano di casa e accesi lo stereo, inserendovi il CD le rapsodie ungheresi (ciclo di brani chiaramente di Ferenc Liszt, giudicati pastrocchi dalla critica e capolavori da me). Decisi di ascoltare la celebre rapsodia ungherese numero 2: il suo primo atteggiamento meditativo e solenne mi riempiva di forza, di robustezza; poi tutte quelle piccoli variazioni, tutte quelle coloriture, tutti quei pizzichi e quegli ornamenti, che ricordavano antichi e bonari flussi di spettri mitologici, provocavano in me infiniti sentimenti di una potenza incomprensibile. Crescendi, diminuendi senza fine, si susseguivano in un andirivieni poetico, stressante e mi portavano via con loro su di un tappeto volante fiabesco; intanto si avvicinava lei, lei sì! Il mitico, spaventoso rosso cigno, quel leitmotiv benedetto e maledetto! Con quel dolce motivo malinconico stava arrivando pure lei!. Elena è così: dolce e malinconica, amara ed amabile. Poi … un attimo dopo: la musica sembrava quasi smaterializzarsi, scomparire nel nulla, nel cielo e nei mari e nei lontani mondi mistici e divini. Non è finita!? Cosa giunge? Un tema allegro, candido, gentile e brioso; e continua e continua e continua senza avere l’ intenzione di cessare, ma poi, in seguito … esplosioni! allegro energico, si leva un’incessante energia di quella passione inarrivabile ed eppure vivace poiché speranzosa!. Mi sarei voluto alzare dal divano in quel momento, prendere la cornetta e chiamarla … se solo avessi avuto il suo numero … . Mi raggiunge un tempo di valzer improvviso: come se fossimo soltanto noi due a danzare in una foresta incantata; Eri così bella davanti a me, sola con me, con quei lineamenti da ninfa che solo l’amore può donare. E ancora fruste! e lampi e cannoni! e martelli: come se ci fosse una guerra, ma incredibilmente gioiosa; in quel momento vedevo solo bagliori dentro di me, luci infuocate di trascendenza. Arrivano colpi di timpani, aiuto! scale veloci che facevano della musica un autodromo … e poi ancora l’andante, il ritmo non più frenetico e quell’angelico, mefistofelico motivo conduttore sempre lì a spiarmi! … ma basta poco! Ancora la forza, ancora la poderosa potenza! La coda fantastica! I tre colpi di Dio. Lei se ne andò. Tutto queto in dieci minuti di uno di quei pezzi che i critici musicali chiamerebbero forse pastrocchio. Più che un pastrocchio mi pare un capolavoro: vidi tutta la genesi dell’esistere.
 
 
VI. LE MAGIE DELLA TENERA ETÀ
 
Se c’è qualcosa che desideriamo cambiare nel bambino, dovremmo prima esaminarlo bene e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi. -  Carl Gustav Jung, L’integrazione della personalità
 
Nel momento in cui sono entrato dal tabaccaio il caso ha voluto che alzassi gli occhi al cielo; movimento questo che mi ha permesso di notare certe cose che, da una parte, mi hanno tormentato, ma dall’altra, mi hanno allietato. Ho potuto constatare che nei piani più alti di questa bottega erano ancora poste delle vecchie confezioni di figurine che ricordarono alla mia mente, ma anche a tutto il mio corpo, una marea di sensazioni inerenti a quella che viene definita, a ragione, la verde età. Furono bei tempi quelli in cui, uscito dalle lezioni delle scuole elementari, e poi medie, mi recavo, prima di pranzare, da quello stesso tabacchino perché così potessi tentare di completare il mio album dei calciatori (cosa in cui non sono poi mai riuscito); furono bei tempi quelli in cui si giocava senza pensare se quello che facevamo era giusto o sbagliato, se quello che compievamo era, o meno, apprezzato dalle persone che ci stavano intorno.
Proprio adesso sto ammirando un gruppo di pargoli mentre stanno tirando due calci al pallone, giocando in un arido terreno senza porte. Ora non gl’importa dove sono: loro desiderano soltanto il gioco; ma un giorno non si accontenteranno più di quello che hanno: andranno alla ricerca di un campetto in erba sintetica a righe tracciate, magari con porte bianche e con reti solide, anche a costo di spendere denaro, forse potendo evitare di tirare fuori il portafoglio. Ma questa è la vita e questo è solo un piccolo esempio: l’esempio dell’inutilità della forte ambizione e della prigione che offre il pregiudizio. Ci siamo tutti passati e il nostro danno è il pensare, che ci rende scontenti e forse perversi.
Sono perfettamente d’accordo con quell’eccezionale filosofo tedesco che fu Arthur Schopenhauer; egli espresse nei suoi Parerga und paralipomena la credenza per cui il bambino è superiore all’uomo adulto, a causa della sua attitudine di scrollarsi di dosso la volontà opprimente, a favore, invece, di uno spiccato senso del vivere l’esistenza: idea veramente formidabile e incontrastabile. Mentre il nostro eroe è in preda a questemeditazioni, seduto su di una panchina, la palla dei bimbi gli arriva dolcemente addosso. Un bambino si fa così avanti timidamente per poterla riprendere. “Signore … potrei riavere il pallone?”. Flaminio gli risponde con gentilezza: “certo! … eccola qua”, ridandoglielo con un fine colpo di piatto del piede. Il bambino prende la palla e se ne va via senza proferire parola. Questo fatto scatena nel giovane un pensiero vero e violento: “non ha detto né scusa, né per favore, né grazie, ma è proprio questa la verità per essere felici”. 
07/02/2009 19:47 commenti

UN LIBRETTO TRA L’ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte seconda)

UN LIBRETTO TRA L’ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte seconda)
III. RISIKO
 
C’est l’imagination qui perd les batailles.
-È l’immaginazione che perde le battaglie-.
 
Joseph De Maistre, Le serate di San Pietroburgo
 
È una notte calma di cielo, tempestosa d’emozioni, forse di luglio, forse d’agosto. Si vedono, lontani, molti soldati e molti carri-armati pronti a combattere, a morire, ad esplodere per la loro patria e per conquistare il mondo. L’aria è tesa, il terreno sembra buono per lo spostamento dell’artiglieria, il clima è giusto. Tutto sembra perfetto per dare inizio alla battaglia del secolo: quella che deciderà nelle mani di chi sarà posto l’universo. Già gli strateghi dispongono le truppe, danno ordini impazienti, sono scalmanati dalla frenesia della guerra. Guardando tutto questo mi vengono in mente tanti di quegli eserciti e di quei luoghi … : mi rimembro di Azio, di Waterloo, delle Termopili; e dei legionari romani e di Napoleone e di Cambronne e dei trecento spartani morti valorosamente. Peccato che in questi luoghi non ci sia stasera un solo nome di tutti quelli che ho citato; c’è solo un tavolo su cui è posta una piattaforma di cartone su cui sono appoggiati numerosi eserciti di plastica. Gli strateghi non sono né Giulio Cesare, né Napoleone, né Wellington; sono invece quattro ragazzi che non dovevano poi differire tanto da quei celebri personaggi, se non forse per una minore forza di volontà di agire.
Ci troviamo in casa di Marinella per la guerra del risiko.
Sono uscito dal gioco per primo: i miei eserciti sono stati distrutti e i miei territori sono andati completamente perduti; a quanto pare stasera i dadi non mi sono stati amici. Me ne sto allora qui seduto a sorseggiare una buona birra chiara per ammirare l’andamento del gioco.
Mi vengono strani pensieri mentre mi trovo dinanzi a queste fallaci battaglie. Pur riconoscendo la grandezza e l’ingegnosità di questo celebre intrattenimento da tavolo, che mette qualunque uomo o donna che sia nei panni dello stratega, permettendo d’immedesimarsi nella guerra – così spaventosa nella realtà, ma così attraente nella falsità-, scaricando tutte quelle pulsioni violente, che l’umano è costretto a portarsi dentro, in un contesto fittizio, mi accorgo di quanto la vita convenzionale differisca da quella spirituale; mi rendo conto di quanto i canoni dell’esistenza quotidiana siano diversi rispetto all’educazione della nostra interiorità. La vita sociale ci insegna infatti ad essere migliori di un altro, contrariamente, di certo, alla nostra anima, che cerca d’innalzarsi al sublime senza pretendere d’infangare nessun’ altra persona. Tutte le invenzioni della cultura ufficiale sono così rivolte a invogliare la massa alla gara e alla competizione, obbligando uno a fare i salti di gioia per la vittoria e l’altro a piangere in un angolino appartato a causa della sconfitta. Questa considerazione non può reggere se si parla d’interiorità. Quest’ultima vuole crescere e basta; non vuole diventare migliore di qualcuno, ma soltanto la migliore.
A questo punto, proprio quando forse stava per esplodere in Flaminio il turbinio incessante del famigerato motivo conduttore, si sente un semi grido gioioso di Marco, un amico di Flaminio: “Ho vinto! … obiettivo raggiunto”. Dopo qualche piccola bizza per la sconfitta e qualche insensata discussione basata sul nulla, i nostri ragazzi decidono d’andarsene; con loro il nostro eroe.
 
 
IV. ODIO ET AMO
 
Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiri.
Nescio: sed fieri sentio et excrucior.
 
Odio, amo.
 Forse ti domandi il perché ciò accada.
Non lo so
 ma sento che accade.
E mi dispero.
 
Catullo, I carmi
 
Il nostro Flaminio è in preda a vecchi fantasmi che si stanno agitando in lui con tutto il loro ardore. Andiamolo a spiare mentre, sdraiato sul suo letto con una sigaretta fra le labbra, si trova vittima di una particolare epifania.
Odiavo Giacomo Il Muccaro per il suo modo d’atteggiarsi: è una di quelle classiche persone che possiedono una grande abilità nel sembrare intelligenti. Frequentavamo insieme le superiori: ho dovuto passare cinque anni con questo antipaticone!.
Ma sapete forse qual è la verità? Sapete il motivo a causa del quale il mio odio ricade su di lui?. Il fatto è che anche a questo tipo interessava visibilmente Elena (questo è il nome della mia passione) e così tutte le mattine andava da lei a parlare, anche delle sciocchezze più banali; e lei rideva, rideva, rideva! Ero geloso, ma cosa potevo farci? Non ero mica il suo fidanzato!
Ricordo, come se fosse oggi, cosa successe un giorno in palestra: io mi trovavo alla spalliera per fare degli esercizi che il nostro professore ci aveva dati da svolgere. Una volta terminati, mi sono voltato e ho visto Elena e Giacomo che si abbracciavano!. Guardandoli meglio mi sono accorto che lo stavano facendo solo per gioco (anche se ancora mi chiedo per quale gioco); entrambi sorridevano e sembravano felici … insomma si erano abbracciati … per gioco, ma avevano comunque avuto un contatto intimo! Quanto sarei voluto, in quel momento, essere al posto del Muccaro!. Il problema è che io non sono una persona così estroversa da abbracciare una ragazza che non sia la mia fidanzata. Quando penso a me, delle volte, mi viene in mente il concetto della paralisi joyciana.
Così andò quel giorno e ancora fremo dal dolore al ripensarci.
Inaspettatamente i suoi pensieri prendono un’altra piega. Questo è tipico del flusso di coscienza umano che, dopo avere mosso una determinata cosa, ne scatena un’altra subito dopo, anche totalmente opposta alla prima.
Una volta lo portarono al bagno della scuola e gli misero la testa dentro la tazza del water per poi tirare lo sciacquone; è questo uno dei tanti scherzi subiti da Mario Placido, un altro mio compagno di classe. Quando i miei colleghi gli facevano di queste beffe tutta la scuola gli rideva dietro: Mario era infatti uno dei tipici zimbelli che si trovano all’interno di quell’edificio che dovrebbe insegnare valori ed educazione. Lo ammetto amaramente; pure io delle volte ho riso delle cose che accadevano a questo povero ragazzo, ma non ho mai riso per cattiveria; l’ ho fatto soltanto a causa di quella strana condizione dell’uomo che, spesso, non sopporta il fatto di reagire in maniera diversa dalla maggioranza. In queste circostanze (come del resto in tutte le altre) il mio sguardo ricadeva su quello di Elena; più la guardavo più m’innamoravo; più la penso, più la amo. In quelle situazioni era uno di quei pochi – o inesistenti – esseri che riusciva a stare in silenzio a compatire quel poveretto: lei non si diverte della sofferenza altrui; lei è forte poiché non segue la moda del ridere dinanzi alla gogna, ed è per questo, probabilmente, che le sue amiche donne non sembravano amarla appassionatamente. È la sua robustezza di carattere a renderla così diversa dalle altre; le altre, d’altronde, non possono amare la diversità.
Mario è uno di quei tipi che non può essere apprezzato dalla convezione ufficiale maschile: ha infatti modi ostentatamente effemminati; non ha molte passioni, se non quella delle piante. È infatti uno di quei pochi ragazzi che ho sentito parlare con precisione e amore di bonsai, gerani, petunie, e riguardo a molte altre varietà vegetali. Io non sono mai stato un suo vero amico, anche se da una parte mi sarebbe piaciuto. Quelle poche volte che ci ho potuto discorrere ho scoperto in lui una persona sensibile e intelligente, (se all’uomo è dato di parlare d’intelligenza) costretta però a celarsi dietro ad una perenne maschera pirandelliana che lo difendeva, almeno in parte, dal malessere della società. Non so ancora il perché non abbia stretto con Mario un più vicino contatto; probabilmente è quel continuo e inconscio pregiudizio degli altri che ci tormenta, e che non ci fa vivere.
Tutti quei ricordi dovevano essere dettati dai risvolti della giornata precedente. Il giorno prima, difatti, Flaminio, Carlo e Laura – ennesimi compagni di classe – erano tornati in quella vecchia dimora che per tutte le mattine di cinque corti anni scolastici li aveva ospitati. Gli amici ebbero così il modo di rincontrare professori/professoresse, bidelli, segretari, conoscenti ancora alunni in quell’istituto. Ci fu una cosa che entusiasmò ed emozionò i tre giovani: la riscoperta della loro aula (quel giorno fortunatamente libera, forse a causa di una lezione d’informatica o di una lezione in palestra, materie che smuovono i ragazzi dalle classi verso gli appositi laboratori e verso le palestre sportive). Tutto era rimasto eguale a due anni prima; ciascun membro della triade si sedette davanti al banco che un tempo gli/le era appartenuto. Fu una grandissima sensazione per tutti che risvegliò in ognuno le più svariate emozioni provate in quegli anni passati, che ormai sembravano tanto lontani. Furono avvistate, addirittura, vecchie scritte in cancellina che neanche l’alcol era riuscito a distruggere, frasi che risvegliarono nuovi ricordi. Ma il rinvenimento più straordinario ebbe luogo all’interno di un piccolo ripostiglio posto all’interno della classe – era questo stanzino, e lo è tutt’oggi, un minuscolo spazio in cui sono conservati libri anni 80’ e 90’ di cui nessuno conosce la provenienza -. Al suo interno fu ritrovato un libretto, gettato sicuramente lì dalle bidelle, che portava il titolo: “Sogno di una notte di mezza estate”, uno dei capolavori di Shakespeare. Quello stesso scritto, oramai pieno di polvere, aveva fatto misteriosi giri tra i sottobanchi della classe nell’ultimo anno di superiori. Nessuno aveva mai capito a chi appartenesse e veniva letto da chiunque l’avesse a portata di mano, nel momento in cui le materie da seguire si facevano tediose. Carlo e Laura non lo vollero perché gli pareva troppo sporco; se ne impossessò allora Flaminio che lo pulì alla buona nel bagno di quell’istituto. Successivamente, quando fu rientrato a casa, ci scrisse queste parole: “ricordo di anni felici”.
È stata, quindi, sicuramente questa vicenda a risvegliare nel nostro eroe tante emozioni che, come un effetto collaterale, sono tuonate nella sua testa il giorno dopo, con tutta la loro energia. (continua fra sette giorni...)
31/01/2009 14:13 commenti

UN LIBRETTO TRA L’ONIRICO E IL REALE - di Stefano Duranti Poccetti (parte prima)

Metto il mio primo romanzo sotto il vostro giudizio. Lo faccio benché io creda che esso si possa valutare tra le mie opere peggiori, e lo faccio poiché penso che l’Arte non appartenga soltanto all’autore ma a tutta l’Umanità. Sento che ancora posso fare grandi miglioramenti nell’Arte della narrativa e anche se “Un libretto tra l’onirico e il reale” non è giudicato da me tra i miei scritti preferibili l’accetto in quanto mio primo tentativo di romanzo. Alcuni tra voi sapranno oramai che il mio pensiero e il mio cuore si sono rivolti essenzialmente e con tutta la loro forza verso il Dramma teatrale, che io ho amato e che continuerò ad amare per sempre; ma ora sono alla ricerca anche di un’altra strada che mi porti al miglioramento delle strutture e delle forme narrative.
Auguro a tutti una buona lettura ricordando che, in questo testo, ritroverete dei racconti che sono già stati pubblicati in questa testata giornalistica. Infine aggiungo che pubblico questo testo non più con il nome di Stefano Duranti, ma con quello di Stefano Duranti Poccetti – ho infatti di recente aggiunto al cognome paterno quello della madre -. Stefano Duranti Poccetti, Cortona lì 23 gennaio 2009
Avvertenza: questo libretto è vietato a tutti coloro che non conoscano la vera natura dell’ambiguità umana.
 
UN LIBRETTO TRA L’ONIRICO E IL REALE
 
Abituali spettatori dell’agitazione del mondo, i sognatori sono terribili quando, di colpo, li prende il bisogno d’agire. Abbassano la testa e si precipitano contro i muri con quella serenità sconcertante che può dare soltanto un’immagine disordinata. -   Joseph Conrad, Vittoria
 
I.                   IL SENSO DEL PERCORSO EROICO
 
Il più grande ostacolo per essere eroici è il dubbio se uno non stia per dimostrarsi uno stolto; il più vero eroismo è resistere al dubbio; la più profonda saggezza, sapere quando si deve resistere, e quando gli si deve obbedire.  -  Nathaniel Hawthorne, Il romanzo di Valgioiosa
 
Possono la vita di tutti i giorni e lo spirito convivere?
È questa la domanda che mi pongo; è questo il filo conduttore del romanzo che mi accingo a narrare.
Mi chiedo quanto sia differente il mondo che ci circonda dal mondo che ci teniamo gelosamente dentro il nostro cuore, dentro la nostra anima. Sono talmente diverse le ricette che ci offre la società da quelle che ci offre lo spirito che racchiudiamo come un antico sepolcro; differenti i tormenti della vita convenzionale dalle malattie dell’interiorità. E sono tutt’altre battaglie e guerre, quelle che sopportiamo all’ordine del giorno mentre camminiamo tra la gente, rispetto a quelle che rimbombano all’interno del nostro animo.
 
Sarebbe stato molto stolto, credo, invitare il mio personaggio alla parola affinché parlasse della sua biografia, delle sue abitudini, delle sue ambizioni. Non vi sembrerebbe, infatti, un po’ strano un uomo che si mettesse a raccontare, ad alta voce, la sintesi della sua esistenza!?. È a causa di questa considerazione che preferisco parlare io, inizialmente, riguardo al mio personaggio umano, per poi potergli dare la parola tra poco, quando tutti saprete, a grandi linee, di chi si tratta.
 
Non c’è molto da dire su Flaminio Petrucciani. C’è molto da dire su Flaminio Petrucciani. Non si capisce mai di quante parole abbia bisogno un essere umano perché questo diventi un quadro esauriente. L’uomo è un animale costruttore che apparentemente non sembra avere bisogno di lunghi discorsi per essere sufficientemente delineato, e ciò che lo porta al di fuori di questa semplice visione stereotipata è la sua essenza di animale metafisico che fa sì che questo essere divenga talmente indelineabile da poter essere paragonato a un dio.
Non parlerò molto comunque del mio personaggio, anche se lo meriterebbe. Non parlerò molto per non annoiare e per non tediare gli ospiti della mia opera.
 
Flaminio Petrucciani è un giovane ventunenne, abitante di un luogo sconosciuto (e che a noi non interessa). Dobbiamo aggiungere che la sua gioventù si accompagna a una bellezza estetica importante, che forse merita più il nome di attraenza che di beltà.
Sembra che la vita di questo studente universitario – Già … ho dimenticato di rivelare la sua professione studentesca, che si rivolge a studi di stampo umanistico – si distribuisca in due strade parallele: la strada della vita quotidiana e la strada della vita interiore o metafisica.
Questi due canali sono soltanto in apparenza opposti. La vita quotidiana sembra infatti incidere, positivamente o negativamente, nella vita di Flaminio, come del resto la vita metafisica s’interseca con l’esistenza di tutti i giorni. Nonostante questo, il nostro giovane, – dotato di qualità culturali e intellettive notevoli – non riesce a trovare un equilibrio preciso e stabile fra questi due universi.
La meta del suo percorso, della sua formazione è proprio quella di giungere al grande bilanciamento: all’unione più profonda tra la scala della vita e gli ostacoli dell’essere.
Sarà così che ci troveremo, un giorno, per le strade al divagare del nulla; a casa di un amico un altro a discorrere del tutto; ci troveremo poi tra i sogni inquieti di una notte portatrice di verità, e tra le forze passionali che trascinano il cuore d’un giovane.
Sarà il percorso di Flaminio un tentativo di tramutare guerra in pace, armi in fiori, diavoli in angeli.
Sarà il percorso di Flaminio un tentativo di trasformare la grande ambiguità umana in una sola linea melodica perfetta; di passare dall’insensatezza alla compiutezza come riuscì benissimo Beethoven nelle sue migliori opere.
 
Ma ora ne avrete abbastanza delle mie parole. E allora voltate pagina e cominciate a leggere il secondo capitolo: vedrete che io non ci sarò, se non per rapide spiegazioni. Tornerò definitivamente un giorno, nel caso il nostro eroe riuscirà a trovare quella bacchetta magica, che possa amalgamare il dicibile all’indicibile; l’onirico e il reale.

II. TRA LA POESIA DELL’INTERIORITÀ E IL DETERIORAMENTO UFFICIALE
 
Se la vita avesse una seconda edizione, come vorrei correggerne le bozze! - John Clare, Lettera a un amico
 
Sento sempre nel mio intimo quel segreto leitmotiv  che, nel suo immenso mistero, si scatena in me con forza poderosa. Mi prende all’improvviso: in un istantaneo attimo! E non mi lascia in pace per un arco di tempo atemporale. Nel suo tormento si nasconde comunque una luce di speranza che rende questo motivo conduttore meno terribile di quanto voi possiate pensare.
Le mie frasi fanno riferimento alla celebre Sinfonia Fantastica di Hector Berlioz. È proprio in questo straordinario pezzo musicale che ascoltiamo un tormentato leitmotiv  che attraversa, a sprazzi, l’intera opera: si tratta dell’amata … dell’amore che il personaggio non può conquistare. È proprio lui dunque, quel dannato motivo conduttore, a ricordare la passione che si prova, ma che non può essere conquistata dall’uomo innamorato.
Ed è proprio questa la mia storia: quella di un giovane eroe che non può e non sa conquistare il cuore della donna che ama.
La vedevo tutte le mattine, a scuola, quando ancora mi trovavo nella scuola superiore; la vedevo e l’ammiravo, di sfuggita, di nascosto, anche se a volte mi notava. Anche lei mi fissava delle volte, ma chi sa con quale sguardo?. Quando le parlavo, fissandola nei suoi stupendi occhi di perla, lei mi rispondeva, delle volte, con sorrisi benevoli, altre, con musi lunghi da donna annoiata. Ed è così che non ho mai capito niente su di lei; l’unica mia certezza è che l’amavo, e che l’amo tutt’oggi! Benché siano molto sporadiche le possibilità di vederci frequentando lei una facoltà universitaria diversa dalla mia.
Io so soltanto che è dalla prima volta che la vidi che il mio cuore cominciò a carburare come un motore con tutta la potenza che possono sprigionare gli organi umani. Lei era fidanzata e, ahimè, lo è anche ora. Non ho mai trovato la forza di esprimerle tutto quello che provo: sono solo un vigliacco, o un prudente? O un moralista? Già … perché lei è fidanzata, e io non potevo e non posso rischiare di mandarle tutto a monte. No … io sono un vile, un uomo che non ha il coraggio di aprire il suo cuore all’amore. Ma servono veramente a poco questi pensieri; oramai la scuola è lontana, io e lei non c’incontriamo quasi più; il tempo è finito; quello che doveva essere fatto allora, non può essere fatto oggi. Così va la vita.
Questo non toglie, però, che quella straziante melodia non se ne vada: è sempre lì, dentro di me, pronta a divorarmi in un batter d’occhio, a giungere come una malattia, come un colpo d’epilessia!. Possono essere veramente così importanti i rancori per un uomo! Può rivelarsi così negativamente compiuto il non compiuto?! Quante domande inarrivabili per i figli del Signore.
 
Giunge in quel momento un messaggio sul cellulare di Flaminio. Il nostro eroe afferra il telefonino e legge con cura l’SMS mandato dal suo amico Piero: “ CIAO FLA STASERA ANDIAMO A CASA DI MARINELLA A GIOCARE A RISIKO VIENI? CASOMAI VERSO LE 10 …”
Flaminio, come si può constatare, è un ragazzo molto sensibile e amante dell’ autopsicanalismo trascendentale. Non è per questo esente dalla vita sociale con i suoi amici, e particolarmente nel momento in cui i suoi friends si riuniscono per fare qualcosa di costruttivo (appunto praticare un gioco da tavolo).
Il nostro eroe dunque non esita; scrive velocemente un SMS che cita: “CI SARO DI CERTO A STASERA ”.
(continua fra sette giorni....)
24/01/2009 14:48 commenti (2)

I QUADRI D'ESPOSIZIONE - di Stefano Duranti - Nona e ultima parte

I QUADRI D'ESPOSIZIONE - di Stefano Duranti - Nona e ultima parte

(leggi l'ottava parte)

Uomo – Sto cercando chi me lo uccida. Sta soffrendo indicibilmente.

 

Saggio – Povero uomo …

Uomo – Se lo uccidessi mi porterebbero in galera: non mi vedrebbero come un santo, ma come un assassino. (piange)

 

Saggio – Non disperarti … non è nostra la colpa se la società gira in questa maniera.

 

Uomo – E che giri strani! E che voli pindarici!

 

Saggio – Il fatto è che Pindaro li sapeva fare i suoi voli, ma non tutti sono Pindaro.

 

Uomo – Tutte false morali e interessi …

 

Saggio – E che risponderti se non con il dirti che quello che dici corrisponde al vero.

 

Uomo – (dopo una pausa) Tu l’uccideresti?

 

Saggio – Io vorrei, ma non ne ho la forza … ci vuole un po’ di malignità per fare del bene.

 

Uomo – Ti comprendo.

 

Saggio – Ma è proprio irrecuperabile?

 

Uomo – Lo guardi bene.

 

Saggio – Oh! Povero Uomo. (pausa)

Chi lo ha ridotto così?

 

Uomo – La Vita, credo.

 

Saggio – E la morte sarà la sua salvezza?

 

Uomo – Indubbiamente …

 

Saggio – (dopo una pausa) Ti prego … passami quel cuscino.

 

Uomo –  Perché?

 

Saggio – Dobbiamo farlo.

 

L’Uomo gli passò il cuscino e il Saggio stava per porlo sul viso del morente per soffocarlo quando, d’improvviso, il moribondo spirò il suo ultimo respiro.

 

Uomo - (dopo una pausa) È morto. (pausa) È salvo e non siamo assassini.

 

Saggio – Già … riposa in pace figliolo (gli chiude gli occhi). (pausa)

Adesso dove andrete,?

 

Uomo – Andrò a seppellirlo. Gli darò una degna sepoltura.

 

Saggio – E Speriamo per Lui che un Paradiso esista.

 

Uomo – (andandosene) E speriamo per Lui che un Paradiso esista. (esce)

 

L’uomo Saggio si sedette sulla sua poltrona, ma non poté farlo per lungo tempo: sentiva che il suo spirito era tormentato e che lo stare fermo non faceva che alimentare il suo senso d’ansia.

Si alzò, andò alla finestra e scoprì che il cielo ora era sereno. Vide all’orizzonte un tramonto e un arcobaleno fantasioso e delle ampie praterie e dei monti imponenti; immaginò un mare infinito che scorreva dietro a quegli ammassi rocciosi. Si rese conto di quanto aveva pensato e immaginato, ma quanto della vita e del mondo si era perso. Ora volgeva lo sguardo verso un cimitero che intravedeva fra le colline: “quanti amici ho perduto” rifletté, senza saperlo, soltanto per pensare.

Ora sapeva che il pensiero e l’estro gli avevano dato cose che la maggior parte degli uomini neanche immaginano, ma che non sono gli unici fattori della vita.

Preso da un istinto irrefrenabile di curiosità e di cambiamento decise che, almeno per un po’, la sua impostazione dell’esistenza sarebbe stata differente.

Così uscì, e si avviò verso il tramonto.

FINE

04/01/2009 16:44 commenti (1)

I QUADRI D'ESPOSIZIONE - di Stefano Duranti - Parte ottava

I QUADRI D'ESPOSIZIONE - di Stefano Duranti - Parte ottava


(leggi la settima parte)



Gustavo Adolfo – Salve.


Saggio – Buona sera sire …

 

Gustavo Adolfo (con aria circospetta) – Passavo da queste parti e mi sono accorto di quanto la vostra patria sia comandata da genti poco illuminate e da ben pochi validi condottieri. Com’è, vi chiedo, che da voi sono i peggiori a ricoprire gl’incarichi dei migliori, e i migliori quelli dei peggiori?

 

Saggio – Gran bella domanda questa! Non saprei il perché accada, ma sono ormai una manciata di anni …

 

Gustavo Adolfo – Bah … (cavalcando esce)

 

Saggio – Proprio saggio Gustavo Adolfo. Quel divino sovrano che morì col suo esercito nel campo di battaglia e che portò luce e splendore alla sua Svezia. Ma dove andrà ora?! (pausa)

Se ne tornerà di certo nella sua terra vichinga.

 

In seguito si cominciò ad udire in vicinanza un vivace ed ironico chiacchiericcio proveniente da un gruppetto di tre uomini.

Fecero il loro ingresso i politici e l’uomo. Uno dei politici portava in mano una bacchetta da lavagna.

 

[1]- Bene, bene, bene … (riferendosi all’uomo Saggio) abbiamo anche uno spettatore! E questo è il secondo! Prima abbiamo intravisto anche un cavaliere che ci ha guardato sicuramente con ammirazione!

 

I due politici si posero dinanzi agli occhi dell’uomo Saggio mettendo con forza fra di loro l’uomo. Parlarono mentre indicavano quell’essere umano con la lunga bacchetta.

 

-         Vede Signor … signor?

 

Saggio – Mi dicono il Saggio …

 

-         Bene Signor Saggio; vede? Questo è un uomo …

 

Saggio – Lo vedo, anche voi due siete uomini …

 

-         Noi due uomini?! Ahahahahahah! Senti questo! Noi due uomini?! Lui è un uomo. Noi siamo quasi di carattere divino … siamo i primi dello stato.

 

Saggio – Certo! Ma i primi servitori dello stato, e quindi i primi portatori dell’umanità; ricordate: [2]il principe deve essere inferiore ai principii.

 

-         Ma senti questo. No! Noi siamo i duci, e l’uomo è il nostro burattino, questo è il nostro principio … vero? (bacchetta l’uomo)

 

-         Sì! È proprio così … lui è il nostro servo! Non deve pensare, ma si deve solo adeguare.

 

In quel momento apparve lo Stereotipo.

 

Stereotipo – No vi prego! Non fate di me un cliché! … gli stereotipi non esistono! Sono soltanto frutto della vostra superbia! Io penso e mi distinguo! (improvvisamente scompaiono tutti e incomincia un forte temporale caratterizzato da una forte pioggia battente)

 

 

Saggio – Ma cosa diamine succed …

 

Entrarono, fradici per il temporale, due uomini. L’uno portava l’altro sopra un carretto. Quest’ultimo si trovava in fin di vita.   (....continua fra sette giorni con l'ultima parte)

 

1. N.d.a.  Si noterà che i politici non meritano neanche di un nome dialogico

2. N.d.a.   Hugo, “ I miserabili ”. Frase citata liberamente.

28/12/2008 17:07 commenti (5)

I quadri d'esposizione - di Stefano Duranti - Parte settima

I quadri d'esposizione - di Stefano Duranti - Parte settima

Saggio – Dove va questa bella fanciulla?
 
Ragazza – Verso la pace, spero.
 
Saggio – Ne ho incontrati molti oggi in viaggio verso la salvezza. Qual è il tuo dilemma?
 
Ragazza – Semplice: che sono una donna. E una donna coraggiosa … non una di quelle che se ne stanno in casa a stirare e a lavare. Io sono libera e rinnego l’illibertà.
 
Saggio – Questo è bello in una donna … ma dove fuggirai?
 
Ragazza – Lassù … tra le capre e gli agnelli; dove non ci sono uomini e donne.
 
Saggio – Ma tu, o Saggia, non devi scappare: devi lottare con tutte le altre che son come te. Se tutti facessero come te il mondo girerebbe a senso unico poiché tutti coloro che si sentono diversi se ne andrebbero via. Ma questo non può e non deve accadere. Non si può dar ragione a quello che gli uomini dicono “classificazione”!
 
Ragazza – Sì … a quell’arma micidiale a cui spesso danno il nome di uguaglianza. Ma è questo secondo te il credo nazareno? È questo il significato che Gesù attribuiva all’uguaglianza?: la classificazione?
 
Saggio – No mia cara … Lui disse “Siete tutti fratelli” proprio perché ognuno nella sua diversità si porta dietro gli stessi fardelli; e poiché non esiste un migliore e un peggiore per il fatto che questo è un giudizio della società, e saprai che Lui non era un grande amante della convenzione. E così avere mille sconfitte contro gli uomini non significa non avere mille vittorie che ci portino verso il divino, e, viceversa, avere mille vincite nella società non suppone il fatto che queste si possano ottenere in cielo.
 
Ragazza – Il tuo logos è molto complesso, eppure mi sembra che il senso mi sia chiaro. (pausa)
[1] Il coraggio in una donna viene spesso scambiato per stupidità.
 
Saggio – Certo! Dagli stupidi però … forse saprai quanto sono state valorose ed emblematiche le donne coraggiose nell’arco di tutti i tempi passati!: e imperatrici e regine e artiste costrette al segreto e artisti fortunati di avere dietro le quinte delle grandi artiste e sovrani che avevano alle spalle formidabili presenze femminili e uomini mediocri che nascondevano grandi donne ...
 
Ragazza – (dopo una pausa) Dovrei proprio tornare fra gli uomini?
 
Saggio – Io credo di sì …
 
Ragazza – Allora tornerò e porterò la tua parola!
 
Saggio – Non la mia. La tua.
 
Ragazza – E di cosa parlerò?
 
Saggio – Tu parlerai, agirai e penserai per la pura fraternità.
 
Ragazza – E in che modo?
 
Saggio – Essendo te stessa.
 
Ragazza – (con decisione) Se è solo questo che ci vuole io sono sempre me stessa! Ripercorrerò il sentiero a ritroso, mi ritroverò in città e mi sentiranno! (parte)
 
Saggio – Bene, ma con cautela … mi raccomando.
 
Ragazza – Grazie mille per i consigli. (esce)
 
Saggio – (a parte) In gamba quella donna … ma che impeto!
Oh mio Dio! Chi vedo!? …
 
Stava infatti giungendo a cavallo un elegante uomo vestito con un abito consono alla moda nobiliare seicentesca svedese. Si trattava di [2] Gustavo Adolfo (...continua fra sette giorni....)

[1] N.d.a. Da “ La Signorina Fifì ” di Guy de Maupassant. Frase citata liberamente.
[2] N.d.a. Facente parte della dinastia dei Vasa, Gustaf II Adolf Vasa fu re di Svezia dal 1611 al 1632.
20/12/2008 16:56 commenti

I QUADRI D'ESPOSIZIONE - di Stefano Duranti - Parte sesta

I QUADRI D'ESPOSIZIONE - di Stefano Duranti - Parte sesta

(leggi la quinta parte)

Manfred – [1]I knew, and know my hour is come, but not
To render up my soul to such as thee:
Away! I’ll die as I have lived – alone.
Ho visto uno spirito che sembrava il Diavolo! Ma cosa voleva da me?! Cosa? Io non voglio l’inferno! Ma solo la morte! Non spiriti e streghe! Solo la morte!
 
Saggio – Calmati Manfred … quel demonio era lì solo per me e non per te! Tranquillizzati …
 
Manfred – Davvero!? Ne sei proprio sicuro?
 
Saggio – Diamine! Abbiamo fatto una partita a scacchi …
 
Manfred – Ah sì!? E chi ha vinto?
 
Saggio – Nessuno … è finita pari …
 
Manfred – Bravo! Bravo! Così si fa … bisogna resistere ai demoni.
[2]What are they to such as thee?
Must crimes be punish’d but by other crimes,
And greater criminals? – Back to thy hell!
Thou hast no power upon me, that I feel;
Thou never shalt possess me, that I know:
What I have done is done; I bear within
A torture which could nothing gain from thine.
The mind which is immortal makes it self
Requital for its good or evil thoughts, -
Is its own origin of ill and end -.
 
Saggio – Ti vedo molto stressato dagli spiriti.
 
Manfred – E lo sono! Lo sono …
Gli spiriti mi tormentano; entrano nella mia anima senza che nessuno glielo chieda. Pazzesco.
Ma io resisto! Sì! Resisto! Resisto … il mio orgoglio e il mio valore resistono.
Ma odio quei mostri! Loro mi diedero l’immortalità! Ed è questo il fardello più grosso!
 
Saggio – Ma, amico mio, tutti noi temiamo la morte e desideriamo l’immortalità!
 
Manfred – Se solo tu fosti immortale lo scopriresti!
 
Saggio – Cosa?
 
Manfred – Quanto è terribile esserlo
 
Saggio – Cosa?
 
Manfred – Immortali.
 
Saggio – Ma Nietzsche disse più o meno queste parole. Che se un demone avesse bussato alla nostra porta per dirci: “vivrai ancora la stessa vita di prima” noi saremmo stati presi da una paura indicibile. Ma questo il filosofo tedesco lo spiegò in quanto caratteristica negativa dell’essere umano. Noi dovremmo riuscire a vivere tutti gli attimi in maniera positiva. In definitiva dovremmo fare i salti di gioia di fronte all’eternità.
 
Manfred – Io non conosco questo tale. Comunque tu non sai di quanti rancori ci si macchia nell’immortalità.
 
Saggio – Beh … se ci penso bene infatti Nietzsche era luetico … quindi per forza doveva essere attaccato alla vita: temeva troppo la morte! (pausa)
Cosa posso fare per te Manfred?
 
Manfred – Prega per me che io abbia presto la morte.
 
Saggio – Lo farò. Solo questo?
 
Manfred – Non c’è proprio nient’altro da fare contro quei mostri. (pausa)
Saluti dunque! Io vado alla ricerca della morte.
 
Saggio – Per quanto sia lo strano il dirlo te la auguro …
 
Manfred – A presto buon uomo!
 
Saggio – Speriamo a mai più Manfred … cioè lo spero per te più che per me.
 
Manfred - (abbozzando un sorriso) Addio …
 
Saggio – Addio … (Manfred esce).
 
Fu il turno di una giovane donna  (....continua fra sette giorni)
 
[1] N.d.a. Questo è un passo in lingua originale del “Manfred” di Lord Byron la cui traduzione è: “Io sapevo, e so che la mia ora è venuta, ma no / per rendere la mia anima ad uno come te: / Va via! Io morirò come ho vissuto – solo.”.
[2] N.d.a. Altro passo: “ Che cosa sono i miei crimini per uno come te? / I crimini devono essere puniti ma forse con altri crimini / e da più grandi criminali? Torna al tuo inferno! / Tu non hai su di me alcun potere, che io senta; / tu non mi possiederai mai, che io sappi: / ciò che ho fatto è fatto; io porto in me / una tortura che non può prendere niente dalla tua. / La mente, che è immortale, rende a sé stessa / la sua ricompensa per i pensieri buoni e malvagi, - / è l’origine del suo stesso male e la sua fine -. ”
13/12/2008 02:25 commenti